lunedì 26 gennaio 2026

“Non aprire questo libro… puzza!”: la commedia olfattiva che trasforma la lettura in un gioco di complicità


 

C’è una categoria di albi illustrati che non “raccontano” soltanto: mettono in scena un patto immediato con chi legge, chiedendogli di diventare parte attiva della storia. Non aprire questo libro… puzza! di Andy Lee, con illustrazioni di Heath McKenzie, appartiene esattamente a questa famiglia. Fin dal titolo, il libro imposta una dinamica semplice e potentissima: ti avverte, ti sfida, ti provoca. E il lettore, soprattutto se ha quattro o cinque anni, fa esattamente ciò che gli si dice di non fare.

Il motore narrativo è la disobbedienza giocosa. Girare pagina diventa l’atto che “scatena” il disastro, e il disastro qui è un crescendo di puzze sempre più grottesche: latte andato a male, piedi sudati, puzzole, pesce marcio, fino a immagini che evocano la spazzatura con un gusto volutamente esagerato. È un umorismo fisico, primario, perfettamente tarato sull’età indicata (da 4 anni), e costruito per funzionare ad alta voce. Non è un dettaglio: questo albo rende al massimo nella lettura condivisa, dove la pausa prima di voltare pagina e la reazione del bambino diventano parte integrante del ritmo.

Dal punto di vista della scrittura, Lee lavora su una strategia collaudata ma efficace: ripetizione, escalation e un continuo “dialogo” implicito con il lettore. Il testo non pretende di essere raffinato, e non deve esserlo: punta a ottenere una cosa precisa, cioè una risposta immediata. Risata, smorfia, “bleah”, richiesta di andare avanti. La qualità, qui, è nella capacità di mantenere alta l’attenzione senza disperdersi, guidando il lettore in una progressione chiara e sempre più “troppo”.

Le illustrazioni di McKenzie sono l’altra metà del successo. Lo stile è energico, con espressioni marcate e un segno che amplifica la gag senza scivolare in un disgusto realmente disturbante. È una scelta importante: il libro gioca con l’idea del “che schifo”, ma resta nel registro della comicità, non del repellente. Questo lo rende adatto anche a lettori sensibili, purché accompagnati da un adulto che sappia gestire il gioco e i tempi.

Sotto il profilo “educativo” (se vogliamo usare una parola che qui resta sullo sfondo), il libro funziona perché mette in moto curiosità e controllo. Il bambino sa che voltare pagina “peggiorerà” la situazione, e proprio per questo la gira: sperimenta la relazione tra azione e conseguenza in un contesto sicuro, ridicolo, liberatorio. È una micro-palestra di attenzione e partecipazione: non passiva, non distratta, ma fatta di reazioni, previsioni, domande (“Cosa succede adesso?”).

Dal lato editoriale, parliamo di un albo in copertina rigida, 32 pagine, in italiano, pubblicato da Gribaudo (uscita indicata: 13 gennaio 2026). È un formato che si presta bene all’uso domestico e in classe: robusto, maneggevole, pensato per molte riletture. E questo è forse il punto più significativo: è un libro che chiede di essere riletto, perché il piacere non sta nel colpo di scena finale, ma nel rito stesso del “non dovrei… e invece”.

In conclusione, Non aprire questo libro… puzza! è un albo che conosce perfettamente il suo pubblico e non finge di essere altro: è una macchina comica ben calibrata, capace di trasformare la lettura in un’esperienza condivisa, rumorosa e felice. Consigliato a chi cerca un libro che faccia davvero leggere i bambini, nel senso più concreto del termine: con gli occhi, con la voce, con le reazioni, e con quella complicità che, a quattro anni, vale più di qualsiasi lezione.

Acquista il libro tramite il nostro link di affiliazione 

domenica 25 gennaio 2026

Spegni il Rumore, Ritrovati: il “Patto dei 10 Minuti” per Uscire dal Rumore Gentile e Tornare Presente

 


Ci sono giorni in cui “va tutto bene”, eppure ti senti come se stessi rincorrendo qualcosa. Non una tragedia, non un crollo: una sottrazione lenta. La giornata scorre, le cose si fanno, i messaggi arrivano, le risposte partono. E intanto l’attenzione si frantuma. È qui che nasce il concetto di rumore gentile: non quello che ti colpisce in faccia, ma quello che ti consuma a piccole dosi, con urgenze continue, disponibilità costante e micro-interruzioni che spezzano il filo interno.

Per chi segue un percorso di mindfulness digitale, questo è uno dei nodi più concreti: non serve demonizzare la tecnologia per capire che stiamo vivendo in modalità sempre-attiva. E quando la mente vive in reazione, la presenza diventa rara.

In questo contesto entra un libro che non grida, non predica e non promette miracoli. Si intitola Spegni il rumore. Ritrovati ed è un diario pratico, scritto in prima persona, come un quaderno vero. L’autore è Marco Ceretti (pubblicazione: 22 gennaio 2026) ed è l’ultimo volume, Libro 13 di 13, della serie Crescere nell’Era Digitale.

La cosa interessante è che il libro non parte da grandi regole, ma da una scelta piccola e ripetibile. Il cuore del percorso è il Patto dei 10 minuti. Non un piano impossibile, non un cambiamento drastico: una cosa sola al giorno, un ritorno. Una pratica che non chiede perfezione, ma continuità. Perché, quando la vita è piena, l’unica strategia che regge davvero è quella che si può fare anche nei giorni storti.

Pagina dopo pagina, il diario accompagna in modo semplice e umano su alcuni passaggi chiave: riconoscere quando stai scappando (anche se “stai facendo cose utili”), capire come rientrare senza colpa, costruire una stanza senza notifiche (mentale e fisica), imparare a dire no senza diventare duro, e ritrovare le cose essenziali che riportano la mente “a casa”.

È importante anche ciò che questo libro non è. Non è un testo contro la tecnologia. Non ti chiede estremismi. Non ti chiede di sparire dal mondo. Ti chiede qualcosa di più pratico: rimetterti al centro, con una presenza concreta, misurabile nella vita reale. Se ti senti spesso frammentato, se vivi in modalità reattiva, se desideri più lucidità, calma e un silenzio che non faccia paura, questo quaderno può diventare un punto di ritorno.

Il libro include anche una nota responsabile: non sostituisce un supporto medico o psicologico. È un percorso di consapevolezza e di abitudini quotidiane. Ed è proprio questo che lo rende credibile: non promette una trasformazione “in 24 ore”, ma un allenamento gentile e stabile.

Link al libro:
https://www.amazon.it/dp/B0GJCVB2CF

Dettagli del libro
Titolo: Spegni il rumore. Ritrovati
Sottotitolo: Un diario pratico per uscire dal rumore gentile e ritrovare attenzione, calma e autenticità
Autore: Marco Ceretti
Serie: Crescere nell’Era Digitale (Libro 13 di 13)
Pagine: 78
Lingua: Italiano
Data di pubblicazione: 22 gennaio 2026
Formato: Copertina flessibile

TAO: Calma, Forza, Direzione – 30 micro-pratiche taoiste per tornare presente nella vita reale

 


La vita non rallenta mai davvero. Cambia solo la forma del rumore: richieste, fretta, parole dette troppo in fretta, aspettative sottili che restano addosso anche quando spegni il telefono. E a volte ci accorgiamo di una cosa semplice e spiazzante: non è il mondo a essere troppo duro. Siamo noi che stringiamo troppo dentro.

Da qui nasce TAO: Calma, Forza, Direzione, il nuovo libro di Milo Zenati, pubblicato il 23 gennaio 2026 nella collana La via Semplice. Non è un manuale tecnico e non è una “teoria orientale” da studiare a memoria. È un percorso essenziale, concreto, fatto per la vita vera: quella del traffico, delle attese, delle discussioni, della stanchezza, della paura di sbagliare, delle decisioni da prendere anche quando ti senti pieno.

Io mi sono avvicinato al Tao scrivendo e leggendo testi orientali, cercando una via semplice per restare umano nel rumore moderno. Non cercavo un’idea elegante. Cercavo un modo pratico per tornare presente, senza forzarmi e senza fuggire. Questo libro è nato così: come una Via, non come una lezione.

Dentro trovi due parti, entrambe pensate per stare in tasca, nella mente e nella giornata.

La prima è La Mappa del Tao, con sette sentieri essenziali: la Via che non si afferra, la forza senza durezza, l’equilibrio di Yin e Yang, il vuoto che guarisce, la semplicità come potere, la presenza come pratica più alta, la morbidezza quando la vita stringe. Non sono capitoli “da studio”: sono orientamenti puliti, da portare con te.

Poi arrivano i 30 momenti di vita reale. Scene comuni, quotidiane, semplici e difficili allo stesso tempo: una coda, una tensione in famiglia, un confronto, una scelta rimandata, la stanchezza che ti rende duro, l’ansia di controllare tutto. Ed è lì che il libro cambia marcia: ad ogni momento è associata una micro-pratica taoista che ti riporta subito a calma, forza e direzione. Pochi secondi, un gesto, un respiro, una scelta più morbida e più vera.

La cosa più bella è che non devi farlo “perfetto”. Non devi essere “bravo”. Devi solo essere presente per un attimo, e ricominciare da lì. Puoi leggerlo in ordine, come un percorso. Oppure puoi aprirlo quando ne hai bisogno, come si fa con un compagno silenzioso: poche pagine, e torni a respirare.

Per chi è questo libro? Per chi sente di vivere spesso “in tensione”, per chi si accorge di voler controllare tutto, per chi vuole una pratica semplice e reale, senza rituali complicati. Per chi vuole meno rumore dentro, senza scappare dal mondo.

Se ti va, qui puoi trovarlo e leggerne l’anteprima: https://www.amazon.it/dp/B0GJFG7D22

mercoledì 21 gennaio 2026

La Leggenda del Gigante del Cusna: una storia per bambini dall’Appennino Reggiano

Nel cuore dell’Appennino Reggiano, tra boschi, vento e crinali che sembrano parlare, nasce una storia antica che i nonni raccontavano nelle sere d’inverno: la Leggenda del Gigante del Cusna.

Ho pubblicato un nuovo video di lettura per bambini, pensato per un momento di buonanotte, per la classe o semplicemente per chi ama le leggende italiane. È una storia che porta con sé un messaggio semplice ma potente: la montagna va ascoltata, rispettata e amata, perché custodisce memorie, misteri e meraviglie.


Se ti piace questo tipo di contenuto, passa anche dai commenti: mi fa piacere sapere se conoscevi già questa leggenda e se vuoi che ne legga altre dedicate al nostro Appennino. E se vuoi sostenermi, iscriviti al canale: arriveranno nuove storie e nuove letture.

giovedì 15 gennaio 2026

Referendum sulla Giustizia: la guida narrativa per capire cosa voti davvero (senza propaganda)


Referendum sulla Giustizia: cosa stai votando davvero?

Quando arriva un referendum, il dibattito si accende e spesso si semplifica troppo. Le frasi diventano slogan, le sfumature spariscono e tutto si riduce a due parole: o No. E in mezzo resta la domanda più importante, quella che quasi nessuno ti spiega davvero: che cosa stai votando?

Se vuoi una lettura diversa dal solito, capace di chiarire senza fare propaganda, ti consiglio “Referendum sulla Giustizia: La Scheda che Spacca l’Italia” di G. M. Costrtelli (Formato Kindle, collana Digital PA, pubblicato il 15 gennaio 2026).

Non un manuale, non una lezione, non propaganda

Questo libro non nasce per convincerti. Nasce per aiutarti a capire. Il taglio è chiaro: non è un manuale di diritto, non è una lezione universitaria, non è un testo “da tifoserie”. È una storia realistica, scritta con linguaggio comprensibile, che ti porta dentro i passaggi che contano quando si parla di riforme della giustizia.

In circa 94 pagine riesce a mettere ordine in un tema che spesso viene trattato a colpi di frasi fatte, facendoti vedere cosa c’è sotto le parole che senti ripetere ovunque.

Dentro cosa trovi: i punti che fanno davvero la differenza

Nel dibattito pubblico compaiono concetti importanti ma spesso spiegati male. Qui diventano concreti: cosa succede in un’aula, perché la terzietà è decisiva, che cos’è davvero il CSM, cosa significa parlare di correnti, perché la separazione delle carriere divide così tanto, perché il sorteggio seduce alcuni e spaventa altri, e cosa cambia quando si sposta il potere di disciplina.

La parte più utile è l’equilibrio: trovi le ragioni del e del No spiegate con esempi, senza forzature. Non ti dice cosa votare: ti aiuta a decidere con testa e coscienza.

Le appendici che restano utili anche dopo il voto

Un valore aggiunto sono gli strumenti pratici in appendice, che rendono il libro utile anche quando la campagna finisce: glossario essenziale, mappa dei poteri, guida “cosa cambia/cosa non cambia”, checklist di valutazione e cronologia minima. È la parte che ti permette di riprendere i punti chiave in pochi minuti, quando vuoi.

Perché lo consiglio

Perché è una bussola: ti aiuta ad arrivare alla scheda senza farti trascinare dal rumore. Se ti interessa una lettura civile, chiara e concreta, questa è una scelta intelligente.

Link al libro (Amazon Kindle): https://www.amazon.it/dp/B0GH19DCPM a breve ci sarà anche il cartaceo a disposizione.

Tag consigliati: referendum, giustizia, voto consapevole, CSM, terzietà, separazione delle carriere, sorteggio, cultura civica, politica italiana, pubblica amministrazione, Digital PA, Kindle

martedì 13 gennaio 2026

Leggende italiane dimenticate: il folklore “vivo” che parla anche agli storici


 

C’è un’Italia che non si lascia spiegare solo con le date e con i documenti. È l’Italia delle leggende italiane, delle storie tramandate a voce, dei racconti che cambiano da paese a paese ma conservano sempre la stessa forza: dare un senso al mondo, proteggere la comunità, trasformare un luogo in memoria.

Il punto è che una leggenda non è mai soltanto “fantasia”. È un frammento di storia culturale. Dentro ci trovi paure collettive, regole non scritte, credenze antiche, riti popolari, e persino tracce di eventi reali che col tempo si sono trasformati. È per questo che le leggende interessano chi ama il mistero, ma anche chi studia folklore italiano, antropologia e storia locale.

Perché le leggende sono una fonte, non una distrazione

Uno storico lo sa: non tutto ciò che conta sta in un archivio. Le comunità conservano la loro identità anche attraverso racconti ripetuti per generazioni. Le leggende sono documenti emotivi: raccontano non solo “cosa è successo”, ma “come è stato vissuto”, “di cosa si aveva paura”, “che cosa era sacro”, “quale confine non andava superato”.

È un modo diverso di leggere il passato: non con il righello, ma con l’orecchio.

I fili che uniscono il folklore in tutta Italia

Le leggende italiane sembrano diverse, eppure condividono strutture ricorrenti. C’è quasi sempre un divieto (“non andare lì”), una soglia (“non oltrepassare quel punto”), un patto (“se fai questo, paghi”), un premio e una punizione. Ricorrono figure che mettono alla prova, presenze nel bosco, grotte come passaggi, pietre come testimoni.

Cambiano i nomi e i luoghi, ma il meccanismo resta. E questa è la parte affascinante: capisci che ogni storia locale è un tassello di una rete nazionale di simboli, paure e speranze. È il motivo per cui chi cerca leggende italiane spesso finisce per innamorarsi anche delle micro-storie di territori “meno famosi”, perché sono lì che il folklore è rimasto più autentico.

Perché oggi queste storie contano più di ieri

Viviamo in un tempo dove tutto corre, ma proprio per questo aumenta il bisogno di cose che restano. Le leggende sono lente, radicate, legate ai luoghi e alle stagioni. Hanno una consistenza che i contenuti veloci non hanno: ti danno appartenenza.

E soprattutto fanno una cosa rara: trasformano un paesaggio in una narrazione. Non ti dicono solo “guarda”, ti dicono “ricorda”.

Un libro di leggende come ponte tra lettori e studiosi

Il mio libro nasce con un’idea semplice: raccontare leggende e storie popolari in modo narrativo, ma con rispetto per il loro valore di patrimonio immateriale. Non è un saggio universitario e non è nemmeno una raccolta fredda: è un invito a leggere il folklore come una forma di storia che vive nella voce delle persone, nei toponimi, nelle pietre, nelle feste, nei silenzi.

Se ami le leggende italiane, se cerchi un folklore che non sia “cartolina”, se ti interessano le radici culturali dei territori e la dimensione umana della storia, qui trovi un percorso che parla a entrambi i mondi: lettori e studiosi.

Perché alla fine il folklore fa questo: ci ricorda che siamo tutti dentro le stesse domande. Solo, le raccontiamo con parole diverse.

https://www.amazon.it/Eco-leggende-Voci-dallappennino-reggiano/dp/B0FGTTZFHK/ 

I nei compiti: il metodo in 7 giorni che salva fiducia e serenità in casa

 


Quando tuo figlio apre il quaderno e dopo pochi minuti è già su un’app di intelligenza artificiale, spesso non è “pigrizia”: è ansia, fretta, paura di sbagliare. 

E lì scatta la scintilla che conosci bene: tu ti irrigidisci, lui si chiude, e i compiti diventano una guerra silenziosa. Ho pubblicato un articolo su Mindset Digitale che mette a fuoco il vero punto: non serve demonizzare l’AI. 

Serve impedire che sostituisca ciò che costruisce la crescita: autonomia, motivazione, capacità di stare nell’errore e soprattutto fiducia in sé stessi. Dentro l’articolo trovi un’idea semplice ma potente, che cambia il clima a casa senza fare il poliziotto della tecnologia: “Prima io, poi l’AI”. Prima un tentativo umano (anche imperfetto), poi l’AI come supporto. 

Non come scorciatoia. Si parla anche di come trasformare l’AI in un allenatore che spiega e corregge, di come ridurre l’impatto di notifiche e interruzioni durante i compiti, e di come scegliere una sfida “difficile ma possibile” per far tornare il gusto di farcela davvero. Il finale è pratico: un piccolo Patto genitore–figlio per usare l’AI con regole chiare e sostenibili.  

Se in questo periodo senti che l’AI è entrata in casa “prima che tu fossi pronto”, questo articolo è pensato proprio per darti una cosa concreta: la sensazione che puoi ancora fare la differenza, con un metodo breve e realistico. 

Vedi articolo completo qui:

 https://mindsetdigitale.wordpress.com/2026/01/13/ai-e-compiti-a-casa-il-piano-di-7-giorni-che-protegge-la-fiducia-di-tuo-figlio-senza-guerre-in-famiglia/

lunedì 12 gennaio 2026

17,5 milioni di account Instagram esposti: cosa sta succedendo e come proteggersi


Negli ultimi giorni si è diffusa una notizia che ha creato preoccupazione mondiale tra gli utenti di Instagram: pare che i dati di circa 17,5 milioni di account Instagram siano finiti sul dark web dopo una fuga di informazioni. Questa situazione ha innescato una ondata di richieste di reset password e messaggi sospetti, generando confusione e rischio di attacchi di phishing mirati alla sottrazione di OTP o credenziali.

La vicenda è complessa perché ci sono due versioni contrastanti.

Secondo ricerche indipendenti e analisi di società di sicurezza online, un database contenente usernames, indirizzi email, numeri di telefono e altri contatti di 17,5 milioni di utenti sarebbe stato pubblicato su forum criminali e ora è facilmente accessibile. I dati deriverebbero da una possibile esposizione delle API di Instagram risalente al 2024, ma sono stati rintracciati solo ora nei circuiti del dark web.

Questa enorme quantità di dati — pur non includendo **le password — è sufficiente per criminali informatici per avviare campagne di phishing personalizzate, richieste di autenticazione a due fattori (OTP) ingannevoli, o addirittura tentativi di acquisire il controllo degli account sfruttando il sistema di reset password.

Meta: nessuna violazione dei sistemi ma caos password reset

Dall’altra parte, Meta (la società proprietaria di Instagram) ha dichiarato ufficialmente che non si è verificata una violazione interna dei loro sistemi. Secondo la nota pubblicata dalla piattaforma, il problema sarebbe stato causato da un bug che ha permesso a una parte esterna di inviare richieste di reset per milioni di utenti, ma non da un vero e proprio “data breach” nei server di Instagram. La società ha affermato di aver risolto il problema e invitato gli utenti a ignorare le email sospette.

Questa versione ufficiale spiega perché molte delle email di reset possano sembrare autentiche: provengono effettivamente da indirizzi legittimi, ma il loro invio massiccio è stato causato da un’anomalia. Tuttavia, la coincidenza con la diffusione dei dati non chiariti completamente sul dark web mantiene alta l’attenzione delle autorità e degli esperti di cybersecurity.

Perché questo è pericoloso per te

La combinazione di dati esposti, richieste di reset password e messaggi ingannevoli è un terreno ideale per i truffatori. Anche senza conoscere la tua password, un attaccante potrebbe usare informazioni personali esposte per:

  • Fingere di essere Instagram o Meta support e inviarti email o SMS falsi

  • Generare richieste di OTP (codici temporanei)

  • Spingerti a cliccare su link di phishing

  • Provare a ottenere l’accesso al tuo account o a SIM swap tramite tecniche di ingegneria sociale

Queste tattiche sono spesso efficaci perché i messaggi sembrano legittimi e urgenti, spingendo gli utenti ad agire impulsivamente.

Come proteggersi oggi

La prima regola è semplice ma cruciale: non cliccare su link sospetti e non condividere mai i tuoi codici OTP con nessuno, nemmeno se il messaggio sembra provenire da Instagram o Meta. Anche se una mail sembra autentica, fermati un attimo e verifica i dettagli con calma.

Una buona pratica è attivare la verifica in due passaggi (2FA) usando un’app di autenticazione invece degli SMS, e aggiornare regolarmente la tua password con una combinazione forte e unica. Cambiare password regolarmente, monitorare attività sospette e utilizzare strumenti di gestione delle password può aiutarti a mantenere l’account sicuro.

Il rischio non è teorico: è già in atto

Ciò che abbiamo visto nelle ultime settimane è un esempio lampante di come una situazione di incertezza tecnica possa tradursi in una crisi di fiducia e in opportunità per i criminali informatici. Anche se Meta sostiene che i sistemi non sono stati compromessi, la diffusione di informazioni personali e l’aumento di messaggi sospetti indicano che resta fondamentale prendere precauzioni proattive.

Se gestisci account importanti, pagine pubbliche o comunità online, rafforzare le misure di sicurezza è ora più urgente che mai.

Vuoi approfondire?

Se ti interessa una guida completa e pratica per riconoscere questi schemi di truffa, proteggere i tuoi account e reagire nei momenti critici con metodo, vale la pena considerare il libro “Non perdere l’Account: OTP, finti supporti e account clonati – la Regola dei 60 secondi” disponibile qui su Amazon:

https://www.amazon.it/dp/B0GC52MBNV

Questo testo offre scenari reali, procedure chiare e strumenti pronti all’uso per proteggere te stesso, la tua famiglia o i tuoi collaboratori, con un approccio semplice ma efficace al problema della sicurezza digitale personale.

 

sabato 10 gennaio 2026

SPID e CIE: le truffe “ufficiali” che colpiscono quando abbassi la guardia

 


Negli ultimi mesi mi sono reso conto di una cosa molto semplice: le truffe digitali non stanno aumentando solo perché i criminali sono più “bravi”. Stanno aumentando perché noi siamo sempre più di corsa. E quando hai fretta, anche un messaggio falso può sembrare normale.

Succede così: arriva un SMS che sembra dell’INPS e parla di rimborso. Oppure un avviso da Poste con un “accesso sospetto”. O ancora una chiamata urgente dalla “banca” che ti mette pressione, ti fa paura e ti spinge a fare qualcosa subito. In quel momento non ragioni più con calma: reagisci. È esattamente lì che la truffa vince.

Il punto è che oggi queste truffe non sembrano più truffe. Sono scritte bene, hanno parole credibili, a volte persino loghi e grafiche fatte bene. E soprattutto usano sempre lo stesso meccanismo: urgenza, paura, azione immediata. Non ti chiedono di pensare. Ti chiedono di eseguire.

Per questo ho scritto un articolo molto pratico dove spiego come funzionano davvero le truffe legate a SPID e CIE, perché sono diventate un bersaglio così importante e quali sono le regole concrete per non cadere nel tranello. Non è un contenuto tecnico e non è un elenco di consigli vaghi: è una guida chiara, pensata per chi vuole capire “cosa devo fare adesso” senza perdere tempo.

Dentro trovi anche un approccio ordinato: come riconoscere un messaggio “ufficiale” falso, come controllare link e mittente senza farsi ingannare, e soprattutto cosa fare se hai già cliccato. Perché spesso il problema vero non è il click in sé, ma il caos che viene dopo: panico, tentativi a caso, password cambiate male, controlli fatti nel disordine. E nel disordine, purtroppo, si perde tempo prezioso.

Se ti va, leggilo e soprattutto condividilo con chi potrebbe essere più esposto: genitori, nonni, colleghi che usano SPID e CIE senza pensarci troppo. Non serve diventare paranoici. Serve solo avere due o tre regole chiare che ti riportino al controllo quando arriva il messaggio sbagliato.

 https://mindsetdigitale.wordpress.com/2026/01/10/spid-e-cie-le-truffe-ufficiali-che-colpiscono-quando-abbassi-la-guardia/

venerdì 9 gennaio 2026

Furti di account social: perché oggi bastano pochi secondi per perdere tutto

 


Negli ultimi anni i furti di account WhatsApp e Instagram sono diventati uno dei fenomeni più diffusi e sottovalutati del panorama digitale. Non si tratta più di attacchi complessi o riservati a bersagli “importanti”: chiunque utilizzi quotidianamente questi strumenti può diventare una vittima, spesso senza accorgersene.

Il motivo è semplice quanto inquietante: la maggior parte delle truffe moderne non sfrutta falle tecniche, ma comportamenti umani prevedibili. Fiducia, fretta, abitudine e mancanza di tempo sono oggi i veri punti deboli.

Il nuovo volto delle truffe digitali

Le modalità di attacco cambiano nel tempo, ma seguono schemi ricorrenti. Messaggi che sembrano arrivare da un amico, avvisi di sicurezza apparentemente ufficiali, richieste urgenti di verifica dell’account o di inserimento di un codice OTP. Tutto è costruito per indurre una reazione rapida, senza riflessione.

In questo contesto, la velocità diventa un’arma a doppio taglio. Gli stessi strumenti che utilizziamo per comunicare e lavorare ogni giorno vengono sfruttati per colpire nel momento di maggiore distrazione.

Quando il danno va oltre la perdita dell’account

Perdere un account social non significa solo non poter più accedere a chat o contenuti. Le conseguenze sono spesso più gravi e durature. I truffatori possono utilizzare l’account per contattare amici, familiari o colleghi, chiedere denaro, diffondere link fraudolenti o compromettere la reputazione personale e professionale della vittima.

In molti casi il recupero dell’account è lungo, incerto e non sempre risolutivo. Anche quando l’accesso viene ripristinato, i danni alla fiducia e alle relazioni possono essere già avvenuti.

Il problema non è riconoscere ogni truffa

Un errore comune è pensare che la soluzione sia “imparare a riconoscere tutte le truffe”. In realtà, i copioni cambiano continuamente. Quello che resta costante è la dinamica emotiva: urgenza, paura di perdere l’accesso, pressione temporale.

Per questo motivo, sempre più esperti sottolineano l’importanza di adottare metodi di reazione semplici e ripetibili, capaci di funzionare anche sotto stress. Non servono competenze tecniche avanzate, ma regole chiare da applicare nei momenti critici.

La sicurezza digitale come abitudine quotidiana

Oggi la sicurezza non può più essere vista come un insieme di impostazioni tecniche da configurare una volta. È diventata una pratica quotidiana, fatta di attenzione, verifica e capacità di fermarsi prima di agire.

Questo approccio è particolarmente importante per chi gestisce gruppi, pagine, canali informativi o contesti lavorativi, dove la compromissione di un account può avere effetti a catena su molte persone.

Una riflessione necessaria

Viviamo in un ecosistema digitale che premia la rapidità, ma la sicurezza richiede il contrario: tempo, consapevolezza e metodo. Anche pochi secondi possono fare la differenza tra mantenere il controllo dei propri strumenti digitali e perderli.

Per chi vuole approfondire questo tema con un taglio pratico e orientato all’azione, è disponibile un articolo di riferimento che analizza il problema e propone un approccio concreto alla prevenzione dei furti di account:

https://mindsetdigitale.wordpress.com/2026/01/09/se-bastano-60-secondi-per-perdere-whatsapp-o-instagram-sei-sicuro-di-poterne-fare-a-meno/ 

La paura del silenzio digitale: quando smettere di guardare lo schermo diventa difficile

 


Negli ultimi anni il nostro rapporto con la tecnologia è cambiato in modo profondo. Non si tratta più solo di quanto tempo passiamo davanti agli schermi, ma di come reagiamo quando gli schermi non ci sono. Sempre più persone sperimentano un disagio sottile e persistente nel momento in cui il flusso digitale si interrompe. È quella che potremmo definire paura del silenzio digitale.

Non è una fobia nel senso clinico del termine, ma un fenomeno diffuso che riguarda la mente abituata a stimoli continui. Notifiche, messaggi, video, suggerimenti automatici e oggi anche risposte generate dall’intelligenza artificiale riempiono ogni spazio libero, trasformando il silenzio in qualcosa di innaturale.

Quando il silenzio non è più neutro

In passato il silenzio era uno spazio di recupero. Oggi, per molte persone, è uno spazio di tensione.
Quando lo schermo si spegne, emergono pensieri, emozioni e domande che il digitale tende a coprire. Il cervello, abituato a ricevere input costanti, interpreta l’assenza di stimoli come una mancanza da colmare immediatamente.

Questo meccanismo non nasce per caso. Le piattaforme digitali sono progettate per ridurre i tempi morti, offrendo contenuti infiniti e continui richiami all’attenzione. Il risultato è una mente che fatica a restare ferma, anche quando non è richiesto di fare nulla.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

L’arrivo massiccio dell’AI ha accentuato questa dinamica. Oggi basta una domanda, anche priva di reale necessità, per ottenere parole, spiegazioni, stimoli. Questo rende il silenzio ancora più evitabile, ma allo stesso tempo più difficile da tollerare.

Il rischio non è l’uso dell’AI in sé, ma il suo utilizzo come riempitivo del vuoto mentale. In questo modo si riduce la capacità di stare nella fase di incertezza, quella in cui il pensiero prende forma prima di trovare una risposta.

Silenzio come competenza mentale

Sempre più studi e osservazioni convergono su un punto: il silenzio non è assenza, ma una competenza da allenare.
Saper restare senza stimoli digitali significa sviluppare attenzione consapevole, autonomia cognitiva e capacità di ascolto interiore.

In un contesto di iperconnessione, il silenzio diventa una forma di equilibrio. Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di restituirle un ruolo funzionale, evitando che occupi ogni spazio mentale disponibile.

Mindset digitale e consapevolezza

Un mindset digitale sano non si misura dalla quantità di strumenti utilizzati, ma dalla capacità di scegliere quando usarli e quando no. Accettare il silenzio significa riconoscere che non ogni momento deve essere riempito, spiegato o ottimizzato.

Questo approccio porta benefici concreti: maggiore chiarezza mentale, riduzione dello stress cognitivo, migliore qualità delle decisioni e delle relazioni. Il silenzio diventa così un alleato, non un nemico.

Una riflessione aperta

La paura del silenzio digitale è uno specchio del nostro tempo. Racconta il bisogno di rallentare, di recuperare spazi non mediati, di tornare a un rapporto più equilibrato con la tecnologia.

Non è una questione individuale, ma culturale. E merita di essere discussa, condivisa e approfondita.

Per chi desidera esplorare ulteriormente questo tema, l’articolo completo è disponibile su Mindset Digitale:

https://mindsetdigitale.wordpress.com/2026/01/09/la-paura-del-silenzio-digitale-quando-smettere-di-guardare-lo-schermo-fa-piu-paura-che-continuare/

Se ti rispecchi in questa riflessione, condividi e lascia un commento:
qual è la tua esperienza con il silenzio digitale?

 


giovedì 8 gennaio 2026

Intelligenza Artificiale a Scuola: guida per genitori per gestire i compiti e proteggere l’autostima dei figli

 


Se tuo figlio apre il quaderno e dopo due minuti è già su un’AI che “fa tutto”, non sei davanti a un capriccio: spesso è un segnale. A volte è stanchezza, a volte paura di sbagliare, a volte la sensazione di non essere all’altezza. L’intelligenza artificiale entra lì, nel punto più delicato: la fiducia in sé stessi. E se diventa una scorciatoia fissa, il rischio non è solo “copiatura”, ma un messaggio che si incolla dentro: “da solo non ce la faccio”.

Questa guida ti aiuta a trasformare l’AI da stampella a allenatore, con regole semplici, esempi concreti e un percorso pratico di 7 giorni da fare al tavolo dei compiti.

Cosa significa davvero “usare l’AI per i compiti”

Usare l’intelligenza artificiale in modo sano non vuol dire vietarla o lasciarla libera. Vuol dire usarla per chiarire, correggere, fare domande migliori e capire gli errori. In pratica: l’AI deve aiutare tuo figlio a pensare, non a consegnare.

Un segnale rapido per capire se l’uso è buono: se tuo figlio sa spiegarti con parole sue cosa ha fatto, l’AI sta supportando. Se invece legge una risposta perfetta ma non la capisce, l’AI sta sostituendo.

La regola che cambia tutto: Prima io, poi l’AI

È la regola più semplice e più efficace perché non umilia, non crea guerra, e mantiene l’autonomia.

“Prima io” significa che tuo figlio prova davvero: anche solo 5–10 minuti di tentativo, una bozza, un ragionamento, un elenco di idee, un esercizio iniziato. “Poi l’AI” significa che l’AI entra solo dopo, per migliorare ciò che c’è già: spiegare un passaggio, far notare un errore, proporre un esempio, dare un metodo.

Se la applichi con calma, succede una cosa importante: tuo figlio non si sente “scoperto”, si sente “guidato”. E l’autostima torna a respirare.

Come parlare di AI senza litigare

La frase che accende lo scontro è “Stai copiando!”. La frase che apre collaborazione è: “Fammi vedere come l’hai usata”.

Obiettivo: non inseguire la colpa, insegui il controllo. Non serve il processo, serve il metodo. Se tuo figlio si chiude, spesso è perché teme giudizio. Se invece sente che l’AI si può usare “bene”, smette di usarla “di nascosto”.

Piano pratico in 7 giorni (da copiare e usare)

Giorno 1: osserva senza esplodere

Scegli un compito e guarda solo il processo: quando apre l’AI? Per cosa la usa? Dopo quanto? Ti serve capire il “perché” (fretta, ansia, noia, difficoltà).

Giorno 2: definisci cosa è vietato e cosa è permesso

Vietato: copiaincolla, risposte intere pronte, temi scritti da zero senza lavoro personale.
Permesso: spiegazioni passo-passo, esempi, correzioni, quiz di ripasso, domande per chiarire.

Giorno 3: introduci “Prima io, poi l’AI” con una prova breve

Non farne un discorso lungo. Scegli un esercizio e dì: “Proviamo 10 minuti da soli, poi chiediamo all’AI solo dove ti blocchi”.

Giorno 4: trasforma l’errore da vergogna a strumento

Chiedi: “Qual è il punto in cui ti sei incastrato?”. Non “Perché hai sbagliato?”.
Poi usa l’AI per analizzare l’errore, non per cancellarlo.

Giorno 5: usa l’AI come allenatore

Fai usare prompt che obbligano a ragionare. Esempi pronti:
“Fammi 3 domande per capire se ho capito questo argomento.”
“Non darmi la soluzione: guidami con indizi.”
“Correggi e spiegami dove ho sbagliato, ma lasciami risolvere.”

Giorno 6: scegli una sfida “difficile ma possibile”

Scegli un compito leggermente sopra il livello attuale ma fattibile. L’obiettivo non è il voto: è la sensazione “ci sono riuscito”. Quella ricostruisce autostima più di mille prediche.

Giorno 7: scrivete un Patto con l’AI (genitore–figlio)

Deve essere corto, concreto e firmabile. Un buon patto contiene: quando si può usare, per cosa, cosa non si fa mai, e come si verifica che tuo figlio abbia capito.

Un “Patto con l’AI” già pronto (testo breve)

Noi usiamo l’intelligenza artificiale per studiare meglio, non per copiare.
Io provo prima da solo almeno 10 minuti. Poi posso usare l’AI per chiarire, farmi fare esempi, correggere e capire gli errori.
Non copio risposte intere e non consegno testi che non so spiegare con parole mie.
Se un compito è difficile, chiedo aiuto prima a un adulto o all’insegnante e uso l’AI come supporto.
Firma figlio ______ Firma genitore ______ Data ______

Prompt utili (per risultati migliori e meno “copiaincolla”)

Per tuo figlio: “Spiegami questo argomento come se avessi 12 anni, poi fammi un esercizio facile e uno medio con soluzione spiegata.”
Per tuo figlio: “Ecco il mio tentativo: dimmi cosa è giusto e cosa è sbagliato, e fammi correggere da solo.”
Per tuo figlio: “Fammi una scaletta, non un tema. Il testo lo scrivo io.”
Per te genitore: “Dammi 3 modi calmi per dire a mio figlio che voglio aiutarlo a usare l’AI senza farlo sentire giudicato.”

Check rapido: come capisci se l’uso è sano

Se tuo figlio sa riassumere l’argomento, rifare un esercizio simile senza AI e spiegarti il passaggio difficile, allora l’AI sta facendo il suo lavoro: supportare l’apprendimento. Se invece aumenta la dipendenza, cala la voglia e cresce l’ansia, allora serve rimettere confini e tornare al metodo.

Domande frequenti su AI, scuola e compiti

È giusto vietare l’AI? Di solito il divieto totale crea uso nascosto. Molto meglio regole chiare e verifiche semplici: “Me lo spieghi con parole tue?”.
E se mio figlio ha difficoltà reali? In quel caso l’AI può essere un ottimo supporto, ma va usata con “Prima io, poi l’AI” e con prompt che insegnano, non che sostituiscono.
Come evito le bugie? Non servono interrogatori. Servono routine: bozza iniziale, uso guidato, controllo finale con spiegazione a voce.

In due righe: cosa portarti a casa

Con l’intelligenza artificiale a scuola non si vince con la guerra, ma con un metodo ripetibile. Se proteggi la fiducia e riporti tuo figlio a “fare un primo passo da solo”, l’AI torna al suo posto: un aiuto intelligente, non un sostituto.

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domenica 14 dicembre 2025

Una fake news “perfetta” di questi giorni: il video delle “frecce” scambiato per l’Aeronautica indiana

 


In queste settimane sta girando parecchio rumore attorno a video “spettacolari” che sembrano confermare una storia già pronta, ma che in realtà sono solo immagini riciclate, tagliate o decontestualizzate. Un caso molto recente (smentito il 5 dicembre 2025) riguarda un filmato condiviso sui social come se mostrasse jet dell’Aeronautica indiana mentre fanno una dimostrazione “potente” al Dubai Airshow. In realtà quel video non è né a Dubai né indiano: è una performance dell’Aeronautica Militare italiana, le Frecce Tricolori, ripresa durante lo Jesolo Air Show mesi prima. Fact Check AFP

Il dettaglio interessante è il “gancio emotivo”: il filmato è stato rilanciato subito dopo un incidente mortale avvenuto durante il Dubai Airshow, e così molte persone hanno abbassato le difese e hanno condiviso senza controllare, perché “sembrava plausibile” nel contesto del momento. Fact Check AFP

Perché ci caschiamo (anche quando siamo attenti)

Questa non è la classica bufala fatta male: è un esempio di disinformazione moderna, spesso basata su materiale reale, ma rimontato dentro una cornice falsa. Qui hanno funzionato tre leve semplici: un video autentico e molto suggestivo, una didascalia che racconta una storia già “chiusa”, e un elemento visivo che confonde (i colori del fumo ricordano la bandiera italiana, ma possono essere spacciati come quella indiana in un video veloce visto sul telefono). Fact Check AFP

E mentre noi discutiamo se una notizia sia vera o falsa, il problema più grande è che queste tecniche vengono usate sempre più spesso come “minacce ibride” per influenzare opinione pubblica e fiducia nelle istituzioni: negli ultimi giorni se n’è parlato molto anche a livello europeo, con allarmi su deepfake e campagne coordinate. Reuters+2The Guardian+2

Un controllo rapido che puoi fare in meno di un minuto

Quando ti trovi davanti a un video “troppo perfetto”, prova questo mini-check: cerca 1) il luogo preciso e la data (non “Dubai 2025” generico), 2) un riferimento a un evento ufficiale (sito dell’evento, programma, partecipanti), 3) la stessa scena pubblicata prima su YouTube o pagine istituzionali, 4) chi è la fonte originale del primo upload. È esattamente il tipo di percorso che ha permesso di risalire alla pubblicazione precedente del filmato e collegarlo a Jesolo e alle Frecce Tricolori. Fact Check AFP

Se ti interessa andare un po’ oltre l’intuizione e avere un metodo semplice per orientarti tra notizie ambigue, titoli costruiti e contenuti manipolati, ti lascio un consiglio di lettura: puoi dare un’occhiata a questo libro e usarlo come “bussola” quando senti che il feed ti sta portando dove vuole lui. Link Amazon per l’acquisto: https://www.amazon.it/dp/B0G4N92KJ4