martedì 13 gennaio 2026

Leggende italiane dimenticate: il folklore “vivo” che parla anche agli storici


 

C’è un’Italia che non si lascia spiegare solo con le date e con i documenti. È l’Italia delle leggende italiane, delle storie tramandate a voce, dei racconti che cambiano da paese a paese ma conservano sempre la stessa forza: dare un senso al mondo, proteggere la comunità, trasformare un luogo in memoria.

Il punto è che una leggenda non è mai soltanto “fantasia”. È un frammento di storia culturale. Dentro ci trovi paure collettive, regole non scritte, credenze antiche, riti popolari, e persino tracce di eventi reali che col tempo si sono trasformati. È per questo che le leggende interessano chi ama il mistero, ma anche chi studia folklore italiano, antropologia e storia locale.

Perché le leggende sono una fonte, non una distrazione

Uno storico lo sa: non tutto ciò che conta sta in un archivio. Le comunità conservano la loro identità anche attraverso racconti ripetuti per generazioni. Le leggende sono documenti emotivi: raccontano non solo “cosa è successo”, ma “come è stato vissuto”, “di cosa si aveva paura”, “che cosa era sacro”, “quale confine non andava superato”.

È un modo diverso di leggere il passato: non con il righello, ma con l’orecchio.

I fili che uniscono il folklore in tutta Italia

Le leggende italiane sembrano diverse, eppure condividono strutture ricorrenti. C’è quasi sempre un divieto (“non andare lì”), una soglia (“non oltrepassare quel punto”), un patto (“se fai questo, paghi”), un premio e una punizione. Ricorrono figure che mettono alla prova, presenze nel bosco, grotte come passaggi, pietre come testimoni.

Cambiano i nomi e i luoghi, ma il meccanismo resta. E questa è la parte affascinante: capisci che ogni storia locale è un tassello di una rete nazionale di simboli, paure e speranze. È il motivo per cui chi cerca leggende italiane spesso finisce per innamorarsi anche delle micro-storie di territori “meno famosi”, perché sono lì che il folklore è rimasto più autentico.

Perché oggi queste storie contano più di ieri

Viviamo in un tempo dove tutto corre, ma proprio per questo aumenta il bisogno di cose che restano. Le leggende sono lente, radicate, legate ai luoghi e alle stagioni. Hanno una consistenza che i contenuti veloci non hanno: ti danno appartenenza.

E soprattutto fanno una cosa rara: trasformano un paesaggio in una narrazione. Non ti dicono solo “guarda”, ti dicono “ricorda”.

Un libro di leggende come ponte tra lettori e studiosi

Il mio libro nasce con un’idea semplice: raccontare leggende e storie popolari in modo narrativo, ma con rispetto per il loro valore di patrimonio immateriale. Non è un saggio universitario e non è nemmeno una raccolta fredda: è un invito a leggere il folklore come una forma di storia che vive nella voce delle persone, nei toponimi, nelle pietre, nelle feste, nei silenzi.

Se ami le leggende italiane, se cerchi un folklore che non sia “cartolina”, se ti interessano le radici culturali dei territori e la dimensione umana della storia, qui trovi un percorso che parla a entrambi i mondi: lettori e studiosi.

Perché alla fine il folklore fa questo: ci ricorda che siamo tutti dentro le stesse domande. Solo, le raccontiamo con parole diverse.

https://www.amazon.it/Eco-leggende-Voci-dallappennino-reggiano/dp/B0FGTTZFHK/ 

I nei compiti: il metodo in 7 giorni che salva fiducia e serenità in casa

 


Quando tuo figlio apre il quaderno e dopo pochi minuti è già su un’app di intelligenza artificiale, spesso non è “pigrizia”: è ansia, fretta, paura di sbagliare. 

E lì scatta la scintilla che conosci bene: tu ti irrigidisci, lui si chiude, e i compiti diventano una guerra silenziosa. Ho pubblicato un articolo su Mindset Digitale che mette a fuoco il vero punto: non serve demonizzare l’AI. 

Serve impedire che sostituisca ciò che costruisce la crescita: autonomia, motivazione, capacità di stare nell’errore e soprattutto fiducia in sé stessi. Dentro l’articolo trovi un’idea semplice ma potente, che cambia il clima a casa senza fare il poliziotto della tecnologia: “Prima io, poi l’AI”. Prima un tentativo umano (anche imperfetto), poi l’AI come supporto. 

Non come scorciatoia. Si parla anche di come trasformare l’AI in un allenatore che spiega e corregge, di come ridurre l’impatto di notifiche e interruzioni durante i compiti, e di come scegliere una sfida “difficile ma possibile” per far tornare il gusto di farcela davvero. Il finale è pratico: un piccolo Patto genitore–figlio per usare l’AI con regole chiare e sostenibili.  

Se in questo periodo senti che l’AI è entrata in casa “prima che tu fossi pronto”, questo articolo è pensato proprio per darti una cosa concreta: la sensazione che puoi ancora fare la differenza, con un metodo breve e realistico. 

Vedi articolo completo qui:

 https://mindsetdigitale.wordpress.com/2026/01/13/ai-e-compiti-a-casa-il-piano-di-7-giorni-che-protegge-la-fiducia-di-tuo-figlio-senza-guerre-in-famiglia/

lunedì 12 gennaio 2026

17,5 milioni di account Instagram esposti: cosa sta succedendo e come proteggersi


Negli ultimi giorni si è diffusa una notizia che ha creato preoccupazione mondiale tra gli utenti di Instagram: pare che i dati di circa 17,5 milioni di account Instagram siano finiti sul dark web dopo una fuga di informazioni. Questa situazione ha innescato una ondata di richieste di reset password e messaggi sospetti, generando confusione e rischio di attacchi di phishing mirati alla sottrazione di OTP o credenziali.

La vicenda è complessa perché ci sono due versioni contrastanti.

Secondo ricerche indipendenti e analisi di società di sicurezza online, un database contenente usernames, indirizzi email, numeri di telefono e altri contatti di 17,5 milioni di utenti sarebbe stato pubblicato su forum criminali e ora è facilmente accessibile. I dati deriverebbero da una possibile esposizione delle API di Instagram risalente al 2024, ma sono stati rintracciati solo ora nei circuiti del dark web.

Questa enorme quantità di dati — pur non includendo **le password — è sufficiente per criminali informatici per avviare campagne di phishing personalizzate, richieste di autenticazione a due fattori (OTP) ingannevoli, o addirittura tentativi di acquisire il controllo degli account sfruttando il sistema di reset password.

Meta: nessuna violazione dei sistemi ma caos password reset

Dall’altra parte, Meta (la società proprietaria di Instagram) ha dichiarato ufficialmente che non si è verificata una violazione interna dei loro sistemi. Secondo la nota pubblicata dalla piattaforma, il problema sarebbe stato causato da un bug che ha permesso a una parte esterna di inviare richieste di reset per milioni di utenti, ma non da un vero e proprio “data breach” nei server di Instagram. La società ha affermato di aver risolto il problema e invitato gli utenti a ignorare le email sospette.

Questa versione ufficiale spiega perché molte delle email di reset possano sembrare autentiche: provengono effettivamente da indirizzi legittimi, ma il loro invio massiccio è stato causato da un’anomalia. Tuttavia, la coincidenza con la diffusione dei dati non chiariti completamente sul dark web mantiene alta l’attenzione delle autorità e degli esperti di cybersecurity.

Perché questo è pericoloso per te

La combinazione di dati esposti, richieste di reset password e messaggi ingannevoli è un terreno ideale per i truffatori. Anche senza conoscere la tua password, un attaccante potrebbe usare informazioni personali esposte per:

  • Fingere di essere Instagram o Meta support e inviarti email o SMS falsi

  • Generare richieste di OTP (codici temporanei)

  • Spingerti a cliccare su link di phishing

  • Provare a ottenere l’accesso al tuo account o a SIM swap tramite tecniche di ingegneria sociale

Queste tattiche sono spesso efficaci perché i messaggi sembrano legittimi e urgenti, spingendo gli utenti ad agire impulsivamente.

Come proteggersi oggi

La prima regola è semplice ma cruciale: non cliccare su link sospetti e non condividere mai i tuoi codici OTP con nessuno, nemmeno se il messaggio sembra provenire da Instagram o Meta. Anche se una mail sembra autentica, fermati un attimo e verifica i dettagli con calma.

Una buona pratica è attivare la verifica in due passaggi (2FA) usando un’app di autenticazione invece degli SMS, e aggiornare regolarmente la tua password con una combinazione forte e unica. Cambiare password regolarmente, monitorare attività sospette e utilizzare strumenti di gestione delle password può aiutarti a mantenere l’account sicuro.

Il rischio non è teorico: è già in atto

Ciò che abbiamo visto nelle ultime settimane è un esempio lampante di come una situazione di incertezza tecnica possa tradursi in una crisi di fiducia e in opportunità per i criminali informatici. Anche se Meta sostiene che i sistemi non sono stati compromessi, la diffusione di informazioni personali e l’aumento di messaggi sospetti indicano che resta fondamentale prendere precauzioni proattive.

Se gestisci account importanti, pagine pubbliche o comunità online, rafforzare le misure di sicurezza è ora più urgente che mai.

Vuoi approfondire?

Se ti interessa una guida completa e pratica per riconoscere questi schemi di truffa, proteggere i tuoi account e reagire nei momenti critici con metodo, vale la pena considerare il libro “Non perdere l’Account: OTP, finti supporti e account clonati – la Regola dei 60 secondi” disponibile qui su Amazon:

https://www.amazon.it/dp/B0GC52MBNV

Questo testo offre scenari reali, procedure chiare e strumenti pronti all’uso per proteggere te stesso, la tua famiglia o i tuoi collaboratori, con un approccio semplice ma efficace al problema della sicurezza digitale personale.

 

sabato 10 gennaio 2026

SPID e CIE: le truffe “ufficiali” che colpiscono quando abbassi la guardia

 


Negli ultimi mesi mi sono reso conto di una cosa molto semplice: le truffe digitali non stanno aumentando solo perché i criminali sono più “bravi”. Stanno aumentando perché noi siamo sempre più di corsa. E quando hai fretta, anche un messaggio falso può sembrare normale.

Succede così: arriva un SMS che sembra dell’INPS e parla di rimborso. Oppure un avviso da Poste con un “accesso sospetto”. O ancora una chiamata urgente dalla “banca” che ti mette pressione, ti fa paura e ti spinge a fare qualcosa subito. In quel momento non ragioni più con calma: reagisci. È esattamente lì che la truffa vince.

Il punto è che oggi queste truffe non sembrano più truffe. Sono scritte bene, hanno parole credibili, a volte persino loghi e grafiche fatte bene. E soprattutto usano sempre lo stesso meccanismo: urgenza, paura, azione immediata. Non ti chiedono di pensare. Ti chiedono di eseguire.

Per questo ho scritto un articolo molto pratico dove spiego come funzionano davvero le truffe legate a SPID e CIE, perché sono diventate un bersaglio così importante e quali sono le regole concrete per non cadere nel tranello. Non è un contenuto tecnico e non è un elenco di consigli vaghi: è una guida chiara, pensata per chi vuole capire “cosa devo fare adesso” senza perdere tempo.

Dentro trovi anche un approccio ordinato: come riconoscere un messaggio “ufficiale” falso, come controllare link e mittente senza farsi ingannare, e soprattutto cosa fare se hai già cliccato. Perché spesso il problema vero non è il click in sé, ma il caos che viene dopo: panico, tentativi a caso, password cambiate male, controlli fatti nel disordine. E nel disordine, purtroppo, si perde tempo prezioso.

Se ti va, leggilo e soprattutto condividilo con chi potrebbe essere più esposto: genitori, nonni, colleghi che usano SPID e CIE senza pensarci troppo. Non serve diventare paranoici. Serve solo avere due o tre regole chiare che ti riportino al controllo quando arriva il messaggio sbagliato.

 https://mindsetdigitale.wordpress.com/2026/01/10/spid-e-cie-le-truffe-ufficiali-che-colpiscono-quando-abbassi-la-guardia/

venerdì 9 gennaio 2026

Furti di account social: perché oggi bastano pochi secondi per perdere tutto

 


Negli ultimi anni i furti di account WhatsApp e Instagram sono diventati uno dei fenomeni più diffusi e sottovalutati del panorama digitale. Non si tratta più di attacchi complessi o riservati a bersagli “importanti”: chiunque utilizzi quotidianamente questi strumenti può diventare una vittima, spesso senza accorgersene.

Il motivo è semplice quanto inquietante: la maggior parte delle truffe moderne non sfrutta falle tecniche, ma comportamenti umani prevedibili. Fiducia, fretta, abitudine e mancanza di tempo sono oggi i veri punti deboli.

Il nuovo volto delle truffe digitali

Le modalità di attacco cambiano nel tempo, ma seguono schemi ricorrenti. Messaggi che sembrano arrivare da un amico, avvisi di sicurezza apparentemente ufficiali, richieste urgenti di verifica dell’account o di inserimento di un codice OTP. Tutto è costruito per indurre una reazione rapida, senza riflessione.

In questo contesto, la velocità diventa un’arma a doppio taglio. Gli stessi strumenti che utilizziamo per comunicare e lavorare ogni giorno vengono sfruttati per colpire nel momento di maggiore distrazione.

Quando il danno va oltre la perdita dell’account

Perdere un account social non significa solo non poter più accedere a chat o contenuti. Le conseguenze sono spesso più gravi e durature. I truffatori possono utilizzare l’account per contattare amici, familiari o colleghi, chiedere denaro, diffondere link fraudolenti o compromettere la reputazione personale e professionale della vittima.

In molti casi il recupero dell’account è lungo, incerto e non sempre risolutivo. Anche quando l’accesso viene ripristinato, i danni alla fiducia e alle relazioni possono essere già avvenuti.

Il problema non è riconoscere ogni truffa

Un errore comune è pensare che la soluzione sia “imparare a riconoscere tutte le truffe”. In realtà, i copioni cambiano continuamente. Quello che resta costante è la dinamica emotiva: urgenza, paura di perdere l’accesso, pressione temporale.

Per questo motivo, sempre più esperti sottolineano l’importanza di adottare metodi di reazione semplici e ripetibili, capaci di funzionare anche sotto stress. Non servono competenze tecniche avanzate, ma regole chiare da applicare nei momenti critici.

La sicurezza digitale come abitudine quotidiana

Oggi la sicurezza non può più essere vista come un insieme di impostazioni tecniche da configurare una volta. È diventata una pratica quotidiana, fatta di attenzione, verifica e capacità di fermarsi prima di agire.

Questo approccio è particolarmente importante per chi gestisce gruppi, pagine, canali informativi o contesti lavorativi, dove la compromissione di un account può avere effetti a catena su molte persone.

Una riflessione necessaria

Viviamo in un ecosistema digitale che premia la rapidità, ma la sicurezza richiede il contrario: tempo, consapevolezza e metodo. Anche pochi secondi possono fare la differenza tra mantenere il controllo dei propri strumenti digitali e perderli.

Per chi vuole approfondire questo tema con un taglio pratico e orientato all’azione, è disponibile un articolo di riferimento che analizza il problema e propone un approccio concreto alla prevenzione dei furti di account:

https://mindsetdigitale.wordpress.com/2026/01/09/se-bastano-60-secondi-per-perdere-whatsapp-o-instagram-sei-sicuro-di-poterne-fare-a-meno/ 

La paura del silenzio digitale: quando smettere di guardare lo schermo diventa difficile

 


Negli ultimi anni il nostro rapporto con la tecnologia è cambiato in modo profondo. Non si tratta più solo di quanto tempo passiamo davanti agli schermi, ma di come reagiamo quando gli schermi non ci sono. Sempre più persone sperimentano un disagio sottile e persistente nel momento in cui il flusso digitale si interrompe. È quella che potremmo definire paura del silenzio digitale.

Non è una fobia nel senso clinico del termine, ma un fenomeno diffuso che riguarda la mente abituata a stimoli continui. Notifiche, messaggi, video, suggerimenti automatici e oggi anche risposte generate dall’intelligenza artificiale riempiono ogni spazio libero, trasformando il silenzio in qualcosa di innaturale.

Quando il silenzio non è più neutro

In passato il silenzio era uno spazio di recupero. Oggi, per molte persone, è uno spazio di tensione.
Quando lo schermo si spegne, emergono pensieri, emozioni e domande che il digitale tende a coprire. Il cervello, abituato a ricevere input costanti, interpreta l’assenza di stimoli come una mancanza da colmare immediatamente.

Questo meccanismo non nasce per caso. Le piattaforme digitali sono progettate per ridurre i tempi morti, offrendo contenuti infiniti e continui richiami all’attenzione. Il risultato è una mente che fatica a restare ferma, anche quando non è richiesto di fare nulla.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

L’arrivo massiccio dell’AI ha accentuato questa dinamica. Oggi basta una domanda, anche priva di reale necessità, per ottenere parole, spiegazioni, stimoli. Questo rende il silenzio ancora più evitabile, ma allo stesso tempo più difficile da tollerare.

Il rischio non è l’uso dell’AI in sé, ma il suo utilizzo come riempitivo del vuoto mentale. In questo modo si riduce la capacità di stare nella fase di incertezza, quella in cui il pensiero prende forma prima di trovare una risposta.

Silenzio come competenza mentale

Sempre più studi e osservazioni convergono su un punto: il silenzio non è assenza, ma una competenza da allenare.
Saper restare senza stimoli digitali significa sviluppare attenzione consapevole, autonomia cognitiva e capacità di ascolto interiore.

In un contesto di iperconnessione, il silenzio diventa una forma di equilibrio. Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di restituirle un ruolo funzionale, evitando che occupi ogni spazio mentale disponibile.

Mindset digitale e consapevolezza

Un mindset digitale sano non si misura dalla quantità di strumenti utilizzati, ma dalla capacità di scegliere quando usarli e quando no. Accettare il silenzio significa riconoscere che non ogni momento deve essere riempito, spiegato o ottimizzato.

Questo approccio porta benefici concreti: maggiore chiarezza mentale, riduzione dello stress cognitivo, migliore qualità delle decisioni e delle relazioni. Il silenzio diventa così un alleato, non un nemico.

Una riflessione aperta

La paura del silenzio digitale è uno specchio del nostro tempo. Racconta il bisogno di rallentare, di recuperare spazi non mediati, di tornare a un rapporto più equilibrato con la tecnologia.

Non è una questione individuale, ma culturale. E merita di essere discussa, condivisa e approfondita.

Per chi desidera esplorare ulteriormente questo tema, l’articolo completo è disponibile su Mindset Digitale:

https://mindsetdigitale.wordpress.com/2026/01/09/la-paura-del-silenzio-digitale-quando-smettere-di-guardare-lo-schermo-fa-piu-paura-che-continuare/

Se ti rispecchi in questa riflessione, condividi e lascia un commento:
qual è la tua esperienza con il silenzio digitale?

 


giovedì 8 gennaio 2026

Intelligenza Artificiale a Scuola: guida per genitori per gestire i compiti e proteggere l’autostima dei figli

 


Se tuo figlio apre il quaderno e dopo due minuti è già su un’AI che “fa tutto”, non sei davanti a un capriccio: spesso è un segnale. A volte è stanchezza, a volte paura di sbagliare, a volte la sensazione di non essere all’altezza. L’intelligenza artificiale entra lì, nel punto più delicato: la fiducia in sé stessi. E se diventa una scorciatoia fissa, il rischio non è solo “copiatura”, ma un messaggio che si incolla dentro: “da solo non ce la faccio”.

Questa guida ti aiuta a trasformare l’AI da stampella a allenatore, con regole semplici, esempi concreti e un percorso pratico di 7 giorni da fare al tavolo dei compiti.

Cosa significa davvero “usare l’AI per i compiti”

Usare l’intelligenza artificiale in modo sano non vuol dire vietarla o lasciarla libera. Vuol dire usarla per chiarire, correggere, fare domande migliori e capire gli errori. In pratica: l’AI deve aiutare tuo figlio a pensare, non a consegnare.

Un segnale rapido per capire se l’uso è buono: se tuo figlio sa spiegarti con parole sue cosa ha fatto, l’AI sta supportando. Se invece legge una risposta perfetta ma non la capisce, l’AI sta sostituendo.

La regola che cambia tutto: Prima io, poi l’AI

È la regola più semplice e più efficace perché non umilia, non crea guerra, e mantiene l’autonomia.

“Prima io” significa che tuo figlio prova davvero: anche solo 5–10 minuti di tentativo, una bozza, un ragionamento, un elenco di idee, un esercizio iniziato. “Poi l’AI” significa che l’AI entra solo dopo, per migliorare ciò che c’è già: spiegare un passaggio, far notare un errore, proporre un esempio, dare un metodo.

Se la applichi con calma, succede una cosa importante: tuo figlio non si sente “scoperto”, si sente “guidato”. E l’autostima torna a respirare.

Come parlare di AI senza litigare

La frase che accende lo scontro è “Stai copiando!”. La frase che apre collaborazione è: “Fammi vedere come l’hai usata”.

Obiettivo: non inseguire la colpa, insegui il controllo. Non serve il processo, serve il metodo. Se tuo figlio si chiude, spesso è perché teme giudizio. Se invece sente che l’AI si può usare “bene”, smette di usarla “di nascosto”.

Piano pratico in 7 giorni (da copiare e usare)

Giorno 1: osserva senza esplodere

Scegli un compito e guarda solo il processo: quando apre l’AI? Per cosa la usa? Dopo quanto? Ti serve capire il “perché” (fretta, ansia, noia, difficoltà).

Giorno 2: definisci cosa è vietato e cosa è permesso

Vietato: copiaincolla, risposte intere pronte, temi scritti da zero senza lavoro personale.
Permesso: spiegazioni passo-passo, esempi, correzioni, quiz di ripasso, domande per chiarire.

Giorno 3: introduci “Prima io, poi l’AI” con una prova breve

Non farne un discorso lungo. Scegli un esercizio e dì: “Proviamo 10 minuti da soli, poi chiediamo all’AI solo dove ti blocchi”.

Giorno 4: trasforma l’errore da vergogna a strumento

Chiedi: “Qual è il punto in cui ti sei incastrato?”. Non “Perché hai sbagliato?”.
Poi usa l’AI per analizzare l’errore, non per cancellarlo.

Giorno 5: usa l’AI come allenatore

Fai usare prompt che obbligano a ragionare. Esempi pronti:
“Fammi 3 domande per capire se ho capito questo argomento.”
“Non darmi la soluzione: guidami con indizi.”
“Correggi e spiegami dove ho sbagliato, ma lasciami risolvere.”

Giorno 6: scegli una sfida “difficile ma possibile”

Scegli un compito leggermente sopra il livello attuale ma fattibile. L’obiettivo non è il voto: è la sensazione “ci sono riuscito”. Quella ricostruisce autostima più di mille prediche.

Giorno 7: scrivete un Patto con l’AI (genitore–figlio)

Deve essere corto, concreto e firmabile. Un buon patto contiene: quando si può usare, per cosa, cosa non si fa mai, e come si verifica che tuo figlio abbia capito.

Un “Patto con l’AI” già pronto (testo breve)

Noi usiamo l’intelligenza artificiale per studiare meglio, non per copiare.
Io provo prima da solo almeno 10 minuti. Poi posso usare l’AI per chiarire, farmi fare esempi, correggere e capire gli errori.
Non copio risposte intere e non consegno testi che non so spiegare con parole mie.
Se un compito è difficile, chiedo aiuto prima a un adulto o all’insegnante e uso l’AI come supporto.
Firma figlio ______ Firma genitore ______ Data ______

Prompt utili (per risultati migliori e meno “copiaincolla”)

Per tuo figlio: “Spiegami questo argomento come se avessi 12 anni, poi fammi un esercizio facile e uno medio con soluzione spiegata.”
Per tuo figlio: “Ecco il mio tentativo: dimmi cosa è giusto e cosa è sbagliato, e fammi correggere da solo.”
Per tuo figlio: “Fammi una scaletta, non un tema. Il testo lo scrivo io.”
Per te genitore: “Dammi 3 modi calmi per dire a mio figlio che voglio aiutarlo a usare l’AI senza farlo sentire giudicato.”

Check rapido: come capisci se l’uso è sano

Se tuo figlio sa riassumere l’argomento, rifare un esercizio simile senza AI e spiegarti il passaggio difficile, allora l’AI sta facendo il suo lavoro: supportare l’apprendimento. Se invece aumenta la dipendenza, cala la voglia e cresce l’ansia, allora serve rimettere confini e tornare al metodo.

Domande frequenti su AI, scuola e compiti

È giusto vietare l’AI? Di solito il divieto totale crea uso nascosto. Molto meglio regole chiare e verifiche semplici: “Me lo spieghi con parole tue?”.
E se mio figlio ha difficoltà reali? In quel caso l’AI può essere un ottimo supporto, ma va usata con “Prima io, poi l’AI” e con prompt che insegnano, non che sostituiscono.
Come evito le bugie? Non servono interrogatori. Servono routine: bozza iniziale, uso guidato, controllo finale con spiegazione a voce.

In due righe: cosa portarti a casa

Con l’intelligenza artificiale a scuola non si vince con la guerra, ma con un metodo ripetibile. Se proteggi la fiducia e riporti tuo figlio a “fare un primo passo da solo”, l’AI torna al suo posto: un aiuto intelligente, non un sostituto.

Vedi un anteprima del libro su amazon 

domenica 14 dicembre 2025

Una fake news “perfetta” di questi giorni: il video delle “frecce” scambiato per l’Aeronautica indiana

 


In queste settimane sta girando parecchio rumore attorno a video “spettacolari” che sembrano confermare una storia già pronta, ma che in realtà sono solo immagini riciclate, tagliate o decontestualizzate. Un caso molto recente (smentito il 5 dicembre 2025) riguarda un filmato condiviso sui social come se mostrasse jet dell’Aeronautica indiana mentre fanno una dimostrazione “potente” al Dubai Airshow. In realtà quel video non è né a Dubai né indiano: è una performance dell’Aeronautica Militare italiana, le Frecce Tricolori, ripresa durante lo Jesolo Air Show mesi prima. Fact Check AFP

Il dettaglio interessante è il “gancio emotivo”: il filmato è stato rilanciato subito dopo un incidente mortale avvenuto durante il Dubai Airshow, e così molte persone hanno abbassato le difese e hanno condiviso senza controllare, perché “sembrava plausibile” nel contesto del momento. Fact Check AFP

Perché ci caschiamo (anche quando siamo attenti)

Questa non è la classica bufala fatta male: è un esempio di disinformazione moderna, spesso basata su materiale reale, ma rimontato dentro una cornice falsa. Qui hanno funzionato tre leve semplici: un video autentico e molto suggestivo, una didascalia che racconta una storia già “chiusa”, e un elemento visivo che confonde (i colori del fumo ricordano la bandiera italiana, ma possono essere spacciati come quella indiana in un video veloce visto sul telefono). Fact Check AFP

E mentre noi discutiamo se una notizia sia vera o falsa, il problema più grande è che queste tecniche vengono usate sempre più spesso come “minacce ibride” per influenzare opinione pubblica e fiducia nelle istituzioni: negli ultimi giorni se n’è parlato molto anche a livello europeo, con allarmi su deepfake e campagne coordinate. Reuters+2The Guardian+2

Un controllo rapido che puoi fare in meno di un minuto

Quando ti trovi davanti a un video “troppo perfetto”, prova questo mini-check: cerca 1) il luogo preciso e la data (non “Dubai 2025” generico), 2) un riferimento a un evento ufficiale (sito dell’evento, programma, partecipanti), 3) la stessa scena pubblicata prima su YouTube o pagine istituzionali, 4) chi è la fonte originale del primo upload. È esattamente il tipo di percorso che ha permesso di risalire alla pubblicazione precedente del filmato e collegarlo a Jesolo e alle Frecce Tricolori. Fact Check AFP

Se ti interessa andare un po’ oltre l’intuizione e avere un metodo semplice per orientarti tra notizie ambigue, titoli costruiti e contenuti manipolati, ti lascio un consiglio di lettura: puoi dare un’occhiata a questo libro e usarlo come “bussola” quando senti che il feed ti sta portando dove vuole lui. Link Amazon per l’acquisto: https://www.amazon.it/dp/B0G4N92KJ4

AI per i compiti: come usarla bene senza copiare (e con meno litigi). Disponibile anche in eBook Kindle; se incluso in Kindle Unlimited lo leggi gratis

 


C’è una scena che ormai si ripete in tante case: il bambino o ragazzo apre l’app di un’AI “solo per farsi aiutare”, poi in tre minuti il testo è pronto… e in dieci secondi finisce incollato nei compiti. Il problema non è “l’AI cattiva”: il problema è che così non sta imparando nulla, e prima o poi si vede (verifiche, interrogazioni, fiducia, autostima).

L’AI può essere un tutor eccellente, ma solo se la usi come una bici con le rotelle: ti regge all’inizio, poi ti insegna a stare in equilibrio da solo.

Il confine tra “aiuto” e “copia”

Un criterio semplice che funziona quasi sempre: se alla fine tuo figlio non saprebbe spiegare a voce quello che ha scritto, allora non è aiuto. È delega. E quando deleghi l’apprendimento, non stai risparmiando fatica: la stai spostando più avanti, con interessi.

Un altro segnale: risposte troppo perfette, parole “da adulto”, frasi che non somigliano minimamente al modo in cui parla. In quei casi non serve la predica: serve cambiare metodo.

Il metodo giusto: usare l’AI come tutor, non come “stampante”

Ecco una routine concreta che puoi proporre senza trasformarti nel poliziotto dei compiti.

Prima, tuo figlio legge la consegna e la riscrive con parole sue in 2 righe. Se non ci riesce, l’AI può aiutare: “Spiegami la consegna come se avessi 10 anni” oppure “Fammi 3 esempi”. L’obiettivo è capire cosa viene chiesto, non produrre subito il tema.

Poi arriva la fase migliore: “Spiegami questo argomento con un esempio legato a qualcosa che mi piace (calcio/Roblox/animali)”. Se l’AI spiega bene, chiedi anche il contrario: “Adesso fammi 5 domande per vedere se ho capito”. Qui l’AI diventa davvero utile: trasforma lo studio in dialogo.

Quando è il momento di scrivere, la regola d’oro è: prima una scaletta fatta dal ragazzo. Anche brutta, anche con 5 punti. Solo dopo l’AI può dare una mano a migliorarla: “Questa è la mia scaletta, suggeriscimi cosa manca” oppure “Fammi notare dove non sono chiaro”. Così resta lui al volante.

Infine, la parte che evita i disastri: riscrivere tutto con parole proprie e leggerlo ad alta voce. Se suona finto, si corregge. Se non riesce a spiegarlo, si torna indietro. È noioso? Un po’. Ma è esattamente lì che succede l’apprendimento.

Un patto semplice che riduce i conflitti

In molte famiglie il vero tema non è l’AI: è il passaggio “gioco → studio”, che è durissimo perché il cervello deve cambiare marcia. Un patto funziona solo se è realistico e ripetibile.

Esempio pratico: “Prima 25 minuti di studio con obiettivo chiaro, poi 10 minuti di pausa”. Dopo due cicli, tempo gioco concordato. Se il ragazzo sa che il gioco torna davvero (e non dipende dall’umore dei grandi), smette di vivere i compiti come un sequestro.

E con l’AI, un patto ancora più semplice: “Puoi usarla, ma mi devi mostrare le domande che le hai fatto”. Non per controllare ogni riga: per insegnare che la qualità dipende dalle domande, non dal copia-incolla.

Attenzione a privacy e regole della scuola

Vale sempre una regola prudente: niente dati personali, niente nomi di compagni/prof, niente informazioni sensibili incollate dentro strumenti online. E vale anche un’altra cosa: alcune scuole stanno definendo regole specifiche sull’uso dell’AI. Se ci sono, rispettarle evita problemi e, soprattutto, evita di mettere tuo figlio nella posizione di “quello che bara”.

Se in casa il tema è Roblox/YouTube e compiti rimandati…

Se ti ritrovi nelle frasi “Ancora cinque minuti”, “Dopo lo faccio”, “Non ho tempo”, allora ti può essere utile un approccio più strutturato, con esempi pronti e un “patto di gioco” chiaro per età. In questo senso, il libro di Marco Ceretti che puoi acquistare qui su amazon, mette proprio al centro la quotidianità reale: passare dal gioco allo studio, ridurre i litigi, costruire orari sostenibili e capire quando preoccuparsi davvero.

 

martedì 9 dicembre 2025

I furbetti della notte di Natale: una squadra di piccoli eroi tra rime, magia e collaborazione

 


Se ami le storie di Natale da leggere la sera, con lucine accese e bambini sotto la coperta, “I furbetti della notte di Natale” di Valentina Marconato è uno di quei libri che vale la pena scoprire e tenere pronto sul comodino nel mese di dicembre.

È una storia natalizia tutta in rima, tenera e avventurosa, pensata per bambini dai 4 ai 10 anni. Il ritmo in rima rende la lettura ad alta voce musicale, coinvolgente, perfetta per creare quel momento speciale di ascolto che i bambini ricordano nel tempo.

La trama parte da un imprevisto che rischia di rovinare la notte più magica dell’anno:
la slitta di Babbo Natale non vola più.
Niente voli nel cielo, niente consegna dei regali, niente magia. A questo punto entrano in scena loro, i Furbetti della Notte, piccoli eroi del bosco che non si tirano indietro davanti alle difficoltà. Accanto a loro troviamo una nuova amica, la cagnolina Winni, ingegnosa e piena di idee.

Insieme, con fantasia e spirito di squadra, proveranno a risolvere il problema di Babbo Natale. Non è solo una corsa contro il tempo: è un viaggio in cui i personaggi scoprono – e mostrano ai piccoli lettori – che la vera forza sta nell’unione, nella collaborazione e nella creatività condivisa. Nessuno da solo può rimettere in volo la slitta, ma insieme sì.

Le 47 pagine del libro, in formato quadrato (21,59 x 21,59 cm, copertina flessibile), lo rendono comodo da sfogliare con i bambini in braccio o seduti accanto. Le illustrazioni a colori accompagnano il testo in rima, creando un’atmosfera calda e natalizia, senza mai diventare pesante o ridondante. È una storia che si presta benissimo sia alla lettura della buonanotte, sia a un momento di lettura condivisa durante il giorno, magari con più voci che interpretano i personaggi.

Dal punto di vista dei contenuti educativi, “I furbetti della notte di Natale” parla in modo semplice ma efficace di:

  • collaborazione: i protagonisti capiscono che, unendo le forze, possono superare una sfida che da soli sembrava impossibile;

  • creatività: la soluzione non è scontata, va immaginata, provata, costruita insieme;

  • amicizia e solidarietà: aiutare Babbo Natale diventa un’occasione per scoprire quanto sia bello fare qualcosa per gli altri.

Per genitori, educatori e insegnanti che cercano un libro natalizio che unisca magia, rime, avventura e valori positivi, questo titolo della serie Le storie di Vale è una proposta interessante. Può diventare una lettura fissa per tutto il periodo delle feste, oppure un’idea regalo da mettere sotto l’albero per bambini che amano le storie piene di personaggi, ritmo e dolcezza.

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Un milione di Babbi Natale: quando un problema enorme diventa un’idea geniale

 


Ci sono domande che quasi tutti i bambini, prima o poi, fanno:
“Ma come fa Babbo Natale a portare i regali a tutti, in una sola notte?”

Il libro “Un milione di Babbi Natale” di Hiroko Motai e Marika Maijala, edito da Terre di Mezzo, parte proprio da questa domanda semplice e gigantesca allo stesso tempo, trasformandola in una storia originale, divertente e piena di immaginazione, pensata per i bambini dai 6 anni in su.

All’inizio, per Babbo Natale era tutto molto più facile. I bambini nel mondo erano pochi, le case da visitare erano gestibili, il sacco non era così pesante. Ma anno dopo anno i bambini aumentano, le case si moltiplicano, le richieste crescono. Babbo Natale comincia a trovarsi davvero in difficoltà: una sola notte non basta più, la sua impresa diventa quasi impossibile.

Da qui nasce l’idea alla base del libro: se i bambini sono sempre di più, forse anche i Babbi Natale devono diventare di più. Non uno solo, ma tanti. Anzi: un milione di Babbi Natale. È un ribaltamento divertente e intelligente dell’immaginario classico, che permette ai bambini di vedere la storia da un punto di vista completamente nuovo.

Le pagine, illustrate a colori in formato grande (20,8 x 30,7 cm, copertina rigida, 40 pagine), accompagnano il lettore dentro un mondo dove la magia non è solo quella del Natale, ma anche quella delle idee che crescono, cambiano forma e si adattano alla realtà. Le illustrazioni di Marika Maijala hanno uno stile personale, che unisce semplicità ed espressività, rendendo la storia ancora più vivace e memorabile.

Dal punto di vista dei contenuti, “Un milione di Babbi Natale” non è soltanto una risposta ironica alla classica domanda su come Babbo Natale riesca a consegnare tutti i regali. È anche un modo per parlare con i bambini di:

– cambiamento: il mondo non resta uguale e anche le tradizioni devono trovare nuovi modi di funzionare;
– collaborazione: l’idea che un compito grande non debba essere per forza sulle spalle di una sola persona;
– immaginazione: tutto può trasformarsi, se siamo disposti a pensare “fuori dallo schema”.

È un libro che si presta molto bene alla lettura ad alta voce, soprattutto con bambini della scuola primaria, magari in classe o in famiglia nei giorni che precedono il Natale. Il ritmo della storia, il tono giocoso e la domanda iniziale, così vicina alle curiosità dei bambini, tengono viva l’attenzione fino all’ultima pagina.

Per un genitore o un insegnante che cerca una storia natalizia diversa dal solito, che vada oltre il semplice “Babbo Natale porta i regali” e provi a giocare con l’idea stessa di Babbo Natale, questo albo è una scelta interessante. Può diventare anche lo spunto per attività creative: inventare altri “mestieri impossibili” che hanno bisogno di essere condivisi, disegnare il proprio Babbo Natale personale, immaginare cosa succederebbe se in città arrivassero cento Babbi Natale invece di uno.

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Così potrai valutare se “Un milione di Babbi Natale” è il prossimo albo natalizio da aggiungere alla tua libreria per bambini, pronto a far sorridere e pensare grandi e piccoli durante le feste. Così potrai valutare se “Un milione di Babbi Natale” è il prossimo albo natalizio da aggiungere alla tua libreria per bambini, pronto a far sorridere e pensare grandi e piccoli durante le feste.

Il mio piccolo Babbo Natale: quando la magia arriva in punta di piedi

 


Ci sono storie di Natale che arrivano con slitte scintillanti, renne, sacchi pieni di regali. E poi ci sono storie più delicate, che scelgono il silenzio della neve e l’incanto delle piccole cose.
“Il mio piccolo Babbo Natale” di Gabrielle Vincent, edito da Orecchio Acerbo, appartiene a questa seconda categoria: un albo illustrato tenero, poetico e minimalista, perfetto per i bambini a partire dai 3 anni.

La storia si apre nel pomeriggio del 24 dicembre. Il cielo è completamente bianco di neve, l’atmosfera è quella sospesa tipica dell’attesa. È in questo scenario che Magalì, la protagonista, vede atterrare un piccolo Babbo Natale “di niente di nulla”. Non è il Babbo Natale che tutti si aspettano: non ha slitta, non ha renne, non ha sacchi giganteschi e nemmeno un giocattolo.
Niente caramelle, niente pacchi colorati, nessun regalo da distribuire.

Ed è proprio qui che il libro mostra la sua forza: a colpire non sono gli oggetti, ma l’incontro. Il piccolo Babbo Natale, così fragile e “incompleto” rispetto all’immaginario classico, diventa l’occasione per guardare il Natale da un’altra prospettiva. Non è la quantità dei regali a fare la magia, ma il tempo condiviso, la cura, la presenza dell’altro.

Le illustrazioni a colori occupano le pagine con delicatezza, rispettando i silenzi e gli spazi bianchi. Il tratto di Gabrielle Vincent è essenziale ma espressivo, capace di trasmettere emozioni con pochi segni e un uso sapiente del colore. Il formato dell’albo (23,6 x 26 cm, copertina rigida, 32 pagine) lo rende ideale per la lettura ad alta voce sul divano, con il libro ben visibile anche ai bambini più piccoli.

Dal punto di vista educativo, “Il mio piccolo Babbo Natale” è un albo che invita a parlare con i bambini di temi importanti in modo semplice e delicato:
il valore delle piccole cose,
la magia dell’incontro,
l’idea che il Natale non è solo donare oggetti, ma condividere momenti.

Per i genitori che cercano una storia natalizia diversa dal solito, meno rumorosa e più intima, questo libro può diventare una lettura speciale da riproporre ogni anno, magari proprio il 24 dicembre, quando l’attesa è più forte e i bambini sono particolarmente sensibili alla magia del momento.

È adatto anche per insegnanti della scuola dell’infanzia che vogliono proporre un albo che parli di Natale senza eccessi, con toni dolci e poetici. Può essere un ottimo punto di partenza per attività semplici: disegnare “il proprio Babbo Natale”, inventare cosa potrebbe portare un Babbo Natale senza regali materiali, o raccontare una “piccola magia” vissuta dai bambini.

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Il bambino che salvò il Natale: una storia in cui sono i piccoli a fare la differenza

 


Tra i tanti libri natalizi che parlano di renne, slitte e regali, “Il bambino che salvò il Natale” di Elizabeth Dale e Patrick Corrigan (edito da Sassi) ha qualcosa di speciale: mette al centro un bambino qualunque che, quasi per caso, finisce a vivere l’avventura più incredibile della sua vita… e a salvare la notte più magica dell’anno.

Siamo alla Vigilia di Natale. Billy è un bambino come tanti, pieno di curiosità ed entusiasmo. In un attimo di meraviglia e leggerezza, si ritrova a volare in cielo attaccato a un mazzo di palloncini. Quello che potrebbe sembrare l’inizio di un pasticcio diventa subito lo spunto per una vera e propria avventura aerea: lungo il suo volo incontra una serie di personaggi esilaranti che si uniscono al viaggio, creando una sorta di “carovana” sospesa tra le nuvole.

Fra questi incontri ce n’è uno davvero speciale: Babbo Natale, che è in difficoltà. Qualcosa non sta andando come dovrebbe, e la notte della consegna dei regali rischia di essere rovinata. Ed è proprio qui che la storia cambia prospettiva: non è l’adulto a salvare il bambino, ma il bambino che, con il suo coraggio e la sua fantasia, diventa fondamentale per rimettere in moto la magia.

Il libro è descritto come un albo illustrato tenero e spassoso, con un ritmo narrativo crescente che coinvolge i piccoli lettori pagina dopo pagina. Il testo è pensato per bambini dai 4 anni in su, un’età in cui le storie con ripetizioni, ritmo e situazioni buffe funzionano benissimo nella lettura ad alta voce. Le illustrazioni a colori, su pagine di grande formato (25,5 x 25,4 cm, copertina rigida, 24 pagine), rendono ogni scena vivace e immediata: i bambini possono seguire il viaggio di Billy nel cielo, riconoscere i personaggi che si aggiungono al volo e ridere delle situazioni esagerate e divertenti.

Uno dei messaggi più belli del libro è proprio questo: anche i più piccoli possono fare grandi cose. Billy non ha superpoteri, non è un eroe perfetto, ma un bambino normale che, nel momento giusto, non si tira indietro. È una storia che valorizza il ruolo dei bambini, mostra come la loro presenza, le loro idee e il loro coraggio possano davvero cambiare le cose, anche in un mondo popolato da figure “giganti” come Babbo Natale.

“Il bambino che salvò il Natale” è una lettura perfetta:
per le sere di dicembre, da leggere insieme sul divano;
come storia della buonanotte nei giorni che precedono il 24;
come idea regalo natalizia per chi ama albi illustrati pieni di movimento, risate e un pizzico di magia.

È un libro che si presta bene anche alla lettura in classe nella scuola dell’infanzia o nei primi anni della primaria, perché offre spunti per parlare di coraggio, collaborazione, aiuto reciproco e fiducia nei bambini.

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